avere, apparire, ambizione; benessere, successo, dominio; piacere, prestigio, potere; impazienza, presunzione, idolatria.
Possiamo esprimere in molti modi l’oggetto delle tentazioni di Gesù all’inizio del suo ministero. Le attraversa una stessa logica e uno stesso spirito. Non è una realtà lontana da noi.
Troppo spesso cerchiamo vita e pienezza senza Dio, e rifiutiamo colui che in definitiva ne è l’unica fonte. Quando abbandoniamo Dio, in un primo momento sembra che non succeda nulla, anzi, vi è l’ebbrezza di una nuova – benché solo apparente – libertà.
Gli appagamenti del mondo ci si presentano sconfinati. Ma ben presto tutto inizia a scomporsi e poi a decomporsi. Cresce un senso di frustrazione e di vuoto; irrompe la rabbia e si è invasi da una sottile disperazione; la tristezza avvolge l’anima e un’amarezza avvelena il cuore. Ci si sente soli anche tra amici e parenti, e chi mi si avvicina è percepito nemico.
Che cosa succede? L’uomo plasmato dalle mani di Dio non è più animato dal suo Santo Spirito. Abbandonata la sorgente si secca e torna alla polvere da cui fu tratto. Di questa si nutre il serpente antico, insaziabile.
Ma non è la fine. «Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19, seconda lettura).
Gesù Cristo si è unito noi per unirci nuovamente a Dio. È venuto affinché colui che fu sconfitto dal serpente, in lui, come «un solo uomo», ne schiacciasse la testa.
Gesù, pieno di Spirito Santo, è sospinto nel deserto per riprendere la plasmazione dell’uomo.
Con il digiuno, la preghiera e l’elemosina, questa quaresima usciamo anche noi nel deserto con Cristo e lasciamoci riplasmare dalle mani del Padre.
Dio vi benedica
Don Davide



